21 agosto 2016

Cambiare casa

Questo blog, che mi ha fatto compagnia come un diario, cambia aspetto, essenza e scopi: si cresce dentro e fuori, si cambiano prospettive, si prendono decisioni.

Per chi ha trovato un rifugio nel mio flusso di pensieri, c'è un altro sentiero che porta a un nuovo inizio:

thesecondcircle.it

13 febbraio 2016

Sanremo 2016: come ti twitto il Festivalone - SPECIAL EDITION


Negli ultimi due anni, il "mio" Festivalone è stato - volentieri - monopolio di Malacopia. Quest'anno, però, Marco e Diego stanno lavorando al nuovo layout del sito, al momento ancora in manutenzione. E allora mi sono detta "va bene, me lo godo senza l'ansia di screenshottare tutti i tweet stavolta, ahahaha!"

#EINVECE

E invece mi sono arrivate esplicite richieste (soprattutto dalle mie ex colleghe) di proseguire la tradizione, in nome del fatto che ora più che mai debbo essere non Social, Socialissima, perché le ho mollate per dedicarmi solo all'Internet. Poi dicheno, le amiche.

Insomma, tre giorni un post al giorno proprio NOAOAO, ma prima della finale un assaggino del bordello che stiamo facendo su Twitter ve lo meritate (date a questa frase il senso che preferite... ineluttabilità o ricompensa, fate voi).

VIRGINIA RAFFAELE

Che dire di lei: bella, intelligente, magistrale come sempre, se non di più. Con l'imitazione di Carla Fracci ("Conti, lei porta la conchiglia? No? Allora complimenti") si era già conquistata mezza Italia, ma dopo la gag sul paparazzo a mano di Belen, da estrarre dal trolley quando c'è bisogno di uno scoop, ha raggiunto il #livellodivinità:



Se poi a questo aggiungiamo che quel vestito lo aveva indossato sullo stesso palco nientemeno che EMMA... be', noi donne siamo davvero perfide quando ci mettiamo impegno!


GABRIEL GARKO

Premettendo che non l'ho mai calcolato e che mi sembrava di plastica anche prima che si facesse il ritocchino, non mi è dispiaciuto del tutto. È stato un discreto valletto e. finalmente, si è rivelato anche come uomo (voglio dire: allora la fa anche lui!) :


Tralasciando, poi, che è una talpa e non vede nemmeno il gobbo, anche se il sospetto si insinua strisciando nella timeline:



Si riprende, però, quando declama in diretta un tweet epico del nostro amato @Insopportabile:


Avesse anche citato la fonte, lo avremmo apprezzato di più!
Il top però lo raggiunge provocando un vero e proprio flame tra i #grammarnazi:



nonché un coccolone alla Sala Stampa:

Chi ha ragione? Ve lo dice la Crusca. Che, come al solito, ci gira intorno, la butta sull'uso popolare, sui regionalismi e alla fine ci ricorda che siamo noi a decidere la strada che prenderà la nostra lingua. Il che è indubbiamente vero e sacrosanto, ma io ho una gran paura che mi diventino transitivi anche "uscire" e "pisciare il cane", non so voi.


I CONCORRENTI

Ma vi rendete conto? Quest'anno non c'è stata nemmeno una canzone che mi è entrata in testa da subito. Panico! Terrore! Ansia! Sarà per l'elevata qualità o perché nessuno aveva un caspio da dire?

In ogni caso, dopo ennemila ascolti, sono riuscita a selezionare i brani che preferisco. Di sicuro entra nella mia personale classifica Annalisa: non soltanto perché ha una voce splendida e un'eleganza innata, ma anche perché ha fatto la scelta meno scontata in termini di composizione e testo. Nessun ritornello spaccatimpani, nessun banale accento "Sanremese". Solo lei e il suo talento, innegabile.

Arisa invece mi ha delusa. Sa cantare, su questo non discuto, ma la sua "Guardando il cielo" non mi ha convinta fino in fondo. Mi ha lasciata molto meh - così come i suoi outfit; però, da quel che leggo, potremmo ritrovarcela in top three.



Enrico Ruggeri mi è piaciuto moltissimo, invece. Mi ha ricordato i suoi esordi punk, e pure il giubbotto che indossava durante la terza serata mi ha provocato un deja vù, e a quanto pare non solo a me:




Elio e Le Storie Tese, invece, hanno presentato un brano che è un riassunto di tutte le edizioni di Sanremo, compresa questa: "Vincere l'odio" è il contrario di "Perdere l'Amore" e per rendere il concetto più chiaro si sono presentati in rosa Formigoni durante la prima esibizione; alla terza puntata invece, sono arrivati vestiti da Gabriel Garko, con gli zigomi posticci. Anche se non ho trovato il loro pezzo all'altezza de "La terra dei cachi" e "La canzone Mononota", anche quest'anno si dimostrano grandi musicisti e critici generazionali quali sono sempre stati. Per me è sì!

Del rischio eliminazione dei Bluvertigo sono dispiaciuta, la canzone è bella, ma c'è una cosa che proprio non ho sopportato (nonostante sia innegabile che una scelta diversa non avrebbero potuto farla): la presenza di Morgan. Una volta lo stimavo; probabilmente lo stimo ancora, ma non si va sul palco di Sanremo AFONI. Non ho sentito una parola, sono stata costretta a leggere il testo su Sorrisi e Canzoni come facevo nel 1989. Per me è no!


L'ARCOBALENO

Questo Sanremo è gender-free, sapevatelo. Il supporto sacrosanto alle unioni civili si esprime con tanta forza da generare l'hashtag #SanremoArcobaleno, e con successo. Nastri colorati invadono le nostre pupille facendoci sperare in un'evoluzione della specie. Siamo ben lontani da veri traguardi; ma, se passasse questa legge, potremmo dire di aver fatto - finalmente! - un passo in direzione del futuro.


SOCIAL MILLENNIUM

Anno dopo anno, l'integrazione dei Social nella nostra vita sta cambiando i media tradizionali, il nostro concetto di televisione e pure del Festivalone.
La parola definitiva l'hanno detta nientemeno che i @_the_jackal, pubblicando su Facebook video esilaranti durante i quali hanno chiesto ufficialmente ai big di pronunciare, a fine esibizione, parole chiave dai loro format YouTube come "sta senza pensier'", "grazie Sbiaditi" e "ciao Alfredo". Sfide raccolte rispettivamente da Noemi, Dear Jack e ZeroAssoluto. A dimostrazione che i canali confluiscono, i linguaggi si adattano e la nostra vita è sempre più interconnessa.

Menzione d'onore al magnifico Social Team di @Ceres: sempre sul pezzo, sempre in real time e senza sbagliarne una. Vi vedo come un traguardo da raggiungere, sappiatelo. Stasera, tutti con #SanremoCeres.


GLI OSPITI

Devo essere sincera: durante la seconda e la terza serata mi sono addormentata prima della fine della trasmissione. Eh, oh: la mattina dopo si lavora, mi serve essere lucida, sennò poi vi faccio community management in svedese maccheronico. Dopo una Pausini a metà tra un camallo del porto e Guglielmo Scilla in versione iTruzzo, arriva Nicole Kidman:



Le parole più belle, quelle che hanno salvato questa edizione e dato a noi un motivo per essere riconoscenti a Carlo Conti, sono state quelle pronunciate da Ezio Bosso. Ex bassista degli Statuto, pianista di fama internazionale, porta la sua malattia - una forma di SLA - con grande dignità e grandezza. La sua visione così positiva della Vita, la sua riconoscenza per averla vissuta così appieno, l'amore viscerale per la musica e per le persone, hanno avuto su tutti l'effetto di acqua fresca sul viso nel deserto. Impossibile trovare parole per commentarlo: lo fa da sé, e ci riesce in modo mirabile. Grazie Ezio.




"La musica è una fortuna. E, come diceva il grande Maestro Claudio Abbado, è la nostra vera terapia".

Potete rivederlo qui.


Vi lascio con questo meraviglioso uomo, perché voglio chiudere in bellezza. Questa sera vincerà forse chi ha più parenti a Napoli, forse chi ha accumulato più anzianità, ma non importa: la cosa più importante è sempre e solo la MUSICA.

Ci vediamo su twitter!



20 ottobre 2015

Ending on a high note

C'era una volta, nel lontano 1985, una bambina di sette anni curiosa come una bertuccia, che amava rubare le audiocassette a sua sorella maggiore e ascoltare le peggio hits dei fantastici 80es a tutto volume nella sua cameretta. Sì, modestamente: avevo già i miei gusti.

Mi piacevano i Matia Bazar senza che sapessi che erano i Matia Bazar, adoravo Cyndi Lauper e Madonna, e muovevo le chiappe sulle note di "Billy Jean" senza capire che si era fatta ingravidare da uno che non era il povero Michael Jackson.

Una sera, in apparenza normale quanto le precedenti, accadde però qualcosa che catturò improvvisamente la mia attenzione e riprogrammò il mio cervello da cima a fondo.


Top Of The Pops stava trasmettendo la cosa più bella che avessi mai visto fino a quel momento: un videoclip. Che all'epoca erano pochi e pure tristi, ma quello... quello era proprio diverso. Quello era a cartoni animati! Cavolo, vuoi che una settenne col senso del ritmo non si prenda bene a guardare un cartone animato con la musica? E non solo: la protagonista, una biondina dolcina carina (Bunty Bailey: una col curriculum amanti lungo quindici pagine, ma io avevo sette anni e mi sembrava carina dolcina) entrava per mano a un ragazzetto-fumetto bellizzimo in un mondo tuuutto a cartoni animati. Tuuutto. Poi arrivavano i cattivi, il ragazzetto-fumetto faceva tornare la biondina dolcina nel mondo reale, e lei però recuperava le vignette, se le portava a casa, e lui le compariva sudato e muscoluto - ma soprattutto VERO - in camera da letto. Ah, beata innocenza! Io pensavo solo ai disegni! In quel momento mio padre entrò, e io, indicando il ragazzetto, dissi "Papà, io da grande voglio sposare quello lì". Intendevo però la sua versione a fumetti. Mio padre vide il tipo sudato e muscoluto e svenne.





Chiariamo: per i paesi nordici ho sempre avuto una predilezione fortissima e inspiegabile. In più, il mio nome è nordico e deriva dal norvegese Eirikr (= uomo possente... vabbè, facciamo "donna forte"?). A diciott'anni mi sono iscritta all'università e ho scelto Lingue Scandinave. Parlicchio lo svedese (una volta decisamente meglio di oggi, mi sono dimenticata un sacco di vocaboli). E giuro (LO GIURO) tutte queste cose non dipendono da quell'evento lì, però ancora oggi che ho 37 anni suonati, gli A-ha hanno nel mio cuore un posto riservato. Mi hanno accompagnata nel momento di smarrimento più profondo della mia vita: quello di tredicenne sfigatissima, che non riusciva a farsi rispettare dai compagni e veniva bullata cotidie: altro che "donna forte", parevo una bestiolina spaventata. E allora ogni giorno, dopo la scuola, tornavo a casa, chiudevo la porta e correvo in camera mia; accendevo il mangianastri (un reperto del paleolitico) e ascoltavo Hunting High and Low in camera, con gli occhi chiusi, sognando una vita parallela dove ero bella, desiderata, dove nessuno mi prendeva in giro per come abbinavo i colori (anche se, lo ammetto: mi vestivo da Power Ranger) e dove il mio principe azzurro aveva gli occhi da Husky di Morten Harket. Ero cotta e stracotta, e ricordo con affetto quel periodo. Mi diede la spinta per cominciare a scrivere: la realtà così com'era non mi piaceva, e avrei tanto voluto essere la biondina dolcina trascinata nel mondo dei fumetti dal mio amato; così, decisi che - se la realtà non era come la volevo - potevo dar vita a un mondo scritto, che fosse esattamente come lo volevo. Morten divenne il volto che, svuotato della sua realtà, incarnò il mio ideale di compagno: riempii quelle fattezze di dolcezza, di cavalleria, di pacatezza, di modi gentili, di comprensione. Il mio principe azzurro era una bella persona soprattutto dentro, ed ero stata io a dargli vita con carta e penna.

Oggi ci ripenso, e mi faccio tenerezza. Tornerei indietro solo per sentirmi ancora piena della speranza di incontrare davvero una persona così perfetta. Mi abbraccerei forte e mi darei qualche dritta per evitare, come è invece poi accaduto, di perdere tutta quella fervida fantasia. Forse non mi racconterei che il principe azzurro non esiste e che se esiste è comunque gay, soprattutto se somiglia a Morten Harket; però, ecco, due consigli.

Ascolto "Cast in Steel", nel silenzio di casa: e penso che forse qualcosa di magico questi tre lo hanno davvero, se ancora oggi mi fanno stare così bene. Senza trucchi, senza bacchetta magica: sono bastati per 30 anni un pianoforte, una chitarra e una voce.

Happy birthday fellows, leave a note for me when you're gone.










10 agosto 2015

Tutti amano Lars


C'è Dogville, da una parte.
C'è un piccolo paese, dove tutti sembrano buoni, ma nascondono un cuore cattivo, un'anima nera fino alle ossa;
C'è una ragazza, che diventa il capro espiatorio dei peccati dell'intera cittadina.
C'è indifferenza, odio, rancore e violenza.

E poi c'è Lars.
C'è suo fratello Gus, che si porta dentro il rimorso di non essere stato abbastanza accanto al fratello minore quando la madre, dandolo alla luce, è morta.
C'è Karin, la moglie di Gus, che è ostinata nel voler portare un po' di amore nella vita dell'introverso giovane cognato, che lo invita a cena, a colazione, gli offre grandi abbracci, abbracci che "fanno male", perché sono veri e caldi e confortanti.

L'amore ferisce. E per non sentire il dolore ciascuno di noi fa quello che può e che sente.

Lars, per non sentire quel dolore, decide di creare un mondo dove niente può ferirlo, dove può costruire passo per passo la vita come lui la vorrebbe, con una donna che non potrà mai tradirlo, mai lasciarlo e mai morire.

E così arriva Bianca: per Lars è l'Amore, il primo e vero. Per gli altri, solo quel che è davvero: una bambola di plastica. 




E così, per amore di un solo paesano, tutti fanno finta che il mondo fittizio che Lars si è costruito sia vero: accettano Bianca, la coinvolgono nelle attività di volontariato, la invitano alle feste, le tagliano i capelli, la vestono, le fanno grandi complimenti, senza mai tradirsi. Tutti: le vecchiette del paese, il parroco, i colleghi di lavoro del ragazzo. Per amor suo, entrano nel suo mondo per restarci; per amor suo, recitano da mattina a sera pur di non turbare l'equilibrio che quella storia impossibile sembra donargli.

Il grande miracolo di questa pellicola sta nell'incarnare l'estremo opposto della città dei cani di Von Trier. Un altro Lars, un'altra Danimarca, e un'altra storia, tutta diversa e piena di amore. 

Certamente non è un film leggero, "Lars e una ragazza tutta sua". 
Però, alla fine, un sorriso confortante riesce a regalarlo: tutti abbiamo i nostri tempi, per superare il dolore; ma se abbiamo accanto le persone giuste, non avremo bisogno di nessun altro, all'infuori di noi stessi, per venirne fuori e, finalmente, vedere la luce.

2 gennaio 2015

A proposito di propositi

E così se n'è andato anche il 2014.
Al prossimo compleanno sono 37 e mi sembra di non avere ancora cominciato a vivere.
Però essere Giano Bifronte non mi ha mai portato beneficio: volgere sempre indietro lo sguardo impedisce di concentrarsi su quello che si ha davanti.

Un anno fa, solo un anno fa, non avrei creduto di raggiungere questo zenit di consapevolezza. Oggi mi sento pronta a cambiamenti radicali, mi metto in gioco e se devo cadere, pazienza.

Ogni graffio mi ricorda dove sono scivolata, e come. Questo non mi salva da nuove cadute, ma mi risparmia le buche che conosco bene.

Se dovessi scegliere un proposito e donarvelo per questo 2015 appena iniziato - qualora non ne aveste ancora pensato uno serio - vi darei il mio primo in assoluto:



Non dimenticatevi. Non trascuratevi. Pensate ogni giorno ai progetti che avete in mente. Non lasciate che inedia, inerzia, noia, rabbia o quotidianità vi portino via l'energia che dovete investire su voi stessi. Se avete un'idea, mettetela per iscritto. Progettatene i confini. Sottolineatene i limiti. Impegnatevi per superarli. Se impossibile, ma davvero impossibile, allora prendetevi tempo per accettarli, e poi per correggere il tiro. Ma mettetevi in pista e lavorateci. Con la testa, appena potete. Come potete. Fatelo. Concedetevi tempo, che vogliate cambiare casa, arredarla, aprire una società, mettervi a dieta perché non vi sentite in salute, cambiare lavoro, sposarvi, lasciarvi, metter su famiglia, espatriare, diventare cuochi, diventare presidenti, diventare donna, diventare uomo, diventare famosi, scrivere un libro, leggere più libri, coltivare un orto, seminare cultura, perdervi, trovarvi; qualunque cosa vogliate fare, dedicatele il vostro tempo e costruitela.

Con questo augurio, sono certa che il vostro 2015 non potrà che essere speciale, perché sarà come lo avete pensato. Che vada bene, oppure no, non fa differenza: ci avrete provato davvero, e vi ripagherà.

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